Modello teorico e psicoterapeutico di riferimento: perché fare questa scuola
Immaginate una psicoterapia che non tenti di ridurre i sintomi, ma ottenga la riduzione dei sintomi come sottoprodotto. Una terapia saldamente basata nella tradizione delle scienze sperimentali, ma allo stesso tempo con una forte enfasi sui valori, sul perdono, sull’accettazione, sulla compassione, sul vivere nel momento presente, e sull’accedere ad un senso di se trascendentale. Una terapia così lontana dallo stereotipo ingenuo con cui viene rappresentata la psicoterapia cognitivo comportamentale e così vicina alle problematiche ed alla sofferenza umana: queste sono le moderne psicoterapie cognitivo comportamentali di terza generazione.

Il nostro modello psicologico di approccio cognitivo comportamentale si caratterizza per essere orientato specificamente alla terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione che, all’interno di una cornice metodologica e operativa scientifica, supera e integra e teorizzazioni, le strategie e le tecniche maturate in campo clinico nell’ambito dell’analisi del comportamento, che rappresentano la struttura portante del modello, con le nuove acquisizioni teoriche e pratiche derivate dalle esperienze della sperimentazione e della prassi clinica.

La terapia del comportamento nasce contemporaneamente in tre luoghi: in Inghilterra (Maudsley Hospital) ad opera di H. J. Eysenck, in Sud Africa, ad opera di J. Wolpe, che poi si trasferirà in America, e negli Stati Uniti, dove viene usato per la prima volta nel 1954 il termine Behavior Therapy in una corrispondenza tra O. Lindsley e B. F. Skinner.

La terapia del comportamento nasce come reazione alla progressiva evidenza della mancanza di efficacia delle terapie psicodinamiche che avevano dominato la prima metà del XX secolo, ma che faticavano a rispondere ai nuovi bisogni psicologici e psicoterapeutici del secondo dopoguerra.

La prima fase di questa nuova terapia (anni 60) può essere analizzata in termini di assoluta e totale contrapposizione con le istanze psicodinamiche: scarsa importanza data alla relazione terapeutica, massimo rilievo della tecnica; negazione delle istanze intrapsichiche in favore di comportamenti osservabili e così via.
La seconda fase (anni 80 e 90) ha significato l’ampliamento dell’attenzione ai fattori e ai processi cognitivi implicati nella genesi e nel trattamento dei disturbi psicologici.
La terza fase, oggi, parte da questo ampliamento per andare alla ricerca di fattori più efficaci nell’azione sui fattori cognitivi e linguistici. Radicati in un approccio empirico e focalizzato sui principi, la terza onda di terapia comportamentale e cognitiva è particolarmente sensibile al contesto e alle funzioni dei fenomeni psicologici, non solo alla loro forma, e perciò tende ad enfatizzare strategie di cambiamento contestuali ed esperienziali in aggiunta a quelle più dirette o didattiche.

Questi trattamenti mirano alla costruzione di repertori ampi, flessibili ed efficaci più che all’eliminazione di problemi accuratamente definiti, e enfatizzano la rilevanza degli argomenti che esaminano sia per il clinico che per il cliente

Le terapie di terza generazione si caratterizzano per essere la naturale evoluzione della terapia che sino ad oggi ha accumulato una maggiore evidenza di efficacia, la terapia del comportamento. Viene mantenuto il legame con la psicologia come scienza di base, l’attenzione alla verifica sperimentale, ai progressi e al cambiamento del singolo paziente.

Piuttosto che focalizzarsi sul modificare direttamente gli eventi psicologici, questi interventi mirano a modificare la funzione di questi stessi eventi psicologici e la relazione dell’individuo con questi attraverso strategie quali mindfulness, accettazione o defusione cognitiva.

Il focus del trattamento si estende oltre alla soluzione di problemi specifici, fino a comprendere i disturbi della personalità e problematiche di tipo esistenziale. Questi trattamenti mirano alla costruzione di repertori ampi, flessibili ed efficaci più che all’eliminazione di problemi accuratamente definiti, e enfatizzano la rilevanza degli argomenti che esaminano sia per il clinico che per il cliente. Viene privilegiata l’analisi della funzione del comportamento rispetto alla struttura (topografia), del processo rispetto al contenuto. Concentrandosi sulla rilevanza del contesto e delle funzioni dei fenomeni psicologici, e non solo della loro forma, la terza onda tende perciò ad enfatizzare strategie di cambiamento contestuali ed esperienziali in aggiunta a quelle più dirette o didattiche (Hayes, 2004). Particolare rilievo assume la relazione terapeuta-paziente come veicolo del cambiamento.  L’esperienza (comportamentale, emotiva e cognitiva) all’interno della sessione diventa il principale strumento di cambiamento.